giovedì 20 novembre 2008

POESIA

Ho salvato su questo blog una raccolta di poesie appartenenti ad alcuni dei così detti "Poeti dell'assoluto". La loro poesia è il frutto di una vita sregolata passata ad inseguire l'indecifrabile, l'ignoto. Quel qualcosa d'indefinibile che ci sovrasta, che ci segue: l'invisibile soffio dell'altro mondo, la chiave di ogni religione. La loro poesia è cruda, spietata come la vita che hanno vissuto, al di là di ogni certezza e di ogni limite razionale; un viaggio verso l'infinito, verso la notte e le tenebre, un viaggio spesso senza ritorno attraverso tutte le forme di delirio, estasi, dolore, odio, amore, ogni sensazione o sentimento portate all'eccesso, all'estremo, per giungere alla "formula," la quinta essenza di una vita impossibile.

ARTHUR RIMBAUD


LA MIA BOHEME

Andavo, con i pugni nelle tasche sfondate,

ed anche il mio cappotto diventava ideale;

andavo sotto il cielo, musa, a te solidale;

oh! quanti amori splendidi allora sognavo!


Negli unici calzoni, avevo un largo squarcio.

Pollicino sognante, sgranavo nella corsa

dei versi. Mia dimora era l'orsa maggiore.

Le mie stelle nel cielo dolcemente frusciavano;


le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade,

le sere di settembre, in cui sentivo gocce

di rugiada alla fronte, come un vino robusto;


in cui, rimando in mezzo a delle ombre fantastiche,

come fossero lire, tiravo gli elastici

delle scarpe ferite, col piede accanto al cuore.

FAME

Se ho fame, è solo

di terra e di pietre.

Mi nutro sempre d'aria,

di roccia, di ferro, di carbone.


Fami mie, danzate. Pascolate, fami,

sul prato dei suoni.

Succhiate il gaio veleno

dei convolvoli.


Mangiate i sassi spaccati

le vecchie pietre di chiese;

i ciottoli degli antichi diluvi,

pani sparsi nelle vallate grigie.


Il lupo ululava fra le foglie

sputando le belle piume

del suo pasto di pollame:

come lui io mi consumo.


L'insalata, la frutta

aspettano solo d'esser colte;

ma il ragno della siepe

non mangia che violette.


Ah! dormire, bollire

sugli altari di salomone.

Il brodo corre sulla ruggine,

e si mescola col Cedron.

LAUTREAMONT



DA “CANTI DI MALDOROR”


CANTO IV


Sono sporco. Roso dai pidocchi. I porci, quando mi guardano, vomitano. Le croste e le escare della lebbra m'hanno reso squamosa la pelle, coperta da pus giallastro.

Io non conosco l'acqua dei fiumi, ne la rugiada delle nubi. Sulla nuca, come su un letamaio, mi cresce un fungo enorme dai peduncoli ombrelliferi.

Seduto sopra un mobile informe, non muovo le membra da quattro secoli. I miei piedi hanno messo radici nel suolo, e compongono, fino al mio ventre, una sorta di viva vegetazione, piena di ignobili parassiti, che senza derivare ancora dalla pianta, non è già più carne.

Tuttavia il mio cuore batte. Ma come potrebbe battere, se il marciume e le esalazioni del mio cadavere (non oso dire corpo) non lo nutrissero abbondantemente?

Sotto l'ascella sinistra ha preso residenza una nidiata di rospi, e quando qualcuno di essi si muove, mi fa il solletico. Badate che non scappi fuori uno, e non venga a grattarvi con la bocca l'interno dell'orecchio: sarebbe poi capace d'entrarvi nel cervello.

Sotto l'ascella destra c'è un camaleonte che da loro una caccia perpetua, per non morir di fame: bisogna pur campare. Ma quando un partito sventa completamente le astuzie dell'altro, non trova nulla di meglio da fare che non molestarsi fra loro, e succhiano il grasso delicato che mi ricopre le costole: mi ci sono abituato.

POESIE DI DEPORTATI

Dio mio! Come son lasso di esser senza speranza,

di rotolare la botte greve del mio avvilimento

e senza possibilità di farla finita con la terra.


Volgo ogni notte le mie visioni verso i morti.

Sbatto con il mio cranio alle rupi dell'inferno

e le lenzuola nel letto sono in paglia di ferro.

sovente nel sonno la stessa isola elettrica

imprime con coltello di sangue i miei patronimici

sulla pelle. Membra, fasci di anguille

che con gaio ghigno i diavoli sfrondano.

Max Jacob

O voi che sapete

sapevate che la fame fa brillare gli occhi

che la sete li appanna

o voi che sapete

sapevate che si può vedere la propria madre morta

e restare senza lacrime

o voi che sapete

sapevate che la mattina si vuole morire

che la sera si ha paura


sapevate che la sofferenza non ha limite

l'orrore non ha frontiera

lo sapevate

voi che sapete.



Charlotte Delbo

JIM MORRISON


Di a te stesso le tue paure più profonde. Così la paura non ha più potere e la paura della libertà diminuisce fino a svanire. Tu sei libero.


LA FINE


Questa è la fine, bellissima amica

questa è la fine, mia sola amica, la fine,

dei nostri piani elaborati, la fine,

di tutti quanti i dati, la fine

nessuna sicurezza o sorpresa, la fine.

Non potrò più guardare nei tuoi occhi.


Puoi immaginarti cosa sarà,

così senza limiti e in libertà

disperatamente in necessità

di una qualche mano straniera,

in una terra che dispera.


Perduto in una landa Romana di dolore,

e tutti i bambini sono insani,

tutti i bambini sono insani

aspettando la pioggia estiva.


C'è pericolo sull'orlo della città,

cavalca l'autostrada del Re

scene misteriose nella miniera d'oro;

cavalca l'autostrada per l'ovest, piccola.


Cavalca il serpente.

Cavalca il serpente,

al lago, l'antico lago.

Il serpente è lungo, sette miglia.

Cavalca il serpente,

è vecchio, e la sua pelle è fredda.


L'ovest è il migliore,

l'ovest è il migliore

vieni qui e noi faremo il resto.


L'autobus blu ci sta chiamando

l'autobus blu ci sta chiamando,

autista dove ci stai portando?


L'assassino si svegliò prima dell'alba,

mise i suoi stivali.

Prese una faccia dall'antica galleria,

e camminò giù per il corridoio.


Andò nella stanza

dove viveva sua sorella

e poi fece visita a suo fratello,

e poi camminò giù per il corridoio.


E arrivò a una porta,

e guardò dentro,

“padre?”

“Si, figlio?”

“Voglio ucciderti”.

“Madre, voglio scoparti!”


Dai, bimbo, con noi provaci,

dai, bimbo, con noi provaci,

dai, bimbo, con noi provaci,

e nel fondo dell'autobus blu troviamoci.


Questa è la fine, bellissima amica,

questa è la fine, mia sola amica, la fine,

fa male lasciarti libera,

ma tu mai mi seguiresti.

La fine di risa e bugie leggere,

la fine delle notti in cui provammo a morire.

Questa è la fine.

Lasciatemi dirvi l'angoscia e la perdita di dio

vagando, vagando in notti senza speranza.

Qua fuori nel perimetro non ci sono stelle,


qua fuori noi essere fatti

immacolati.


DA “CASSANDRA AL POZZO”


.....tutte quelle mostruose

parole derelitte, cadenti

da tutte le mura

slegate dell'Inferno, dimenticate

capitombolanti giù

nella notte/ svelti amici

compagni della sola vera croce

schianto di amori terreni

oscurità di dolce tristezza

ai lati di strade disperse

giù, nel fuoco

silenzio, pianto.....


........sono caduto sulla terra

e ho stuprato la neve

ho sposato la vita

e respirato il mio midollo....

Le poesie hanno i lupi dentro....tranne una: la più meravigliosa di tutte.... lei danza in un cerchio di fuoco e si sbarazza della sfida con una scrollata.

PERCY BHISSE SHELLEY

ALLA LUNA

Sei pallida perchè

sei stanca di scalare il cielo

e fissare la terra

tu che ti aggiri senza compagnia

tra le stelle che hanno una differente

nascita, tu che cambi

sempre come un occhio senza gioia

che non trova un oggetto degno della

sua costanza?


1 commento:

Direzione ha detto...

grande black! dcop