Ho salvato su questo blog una raccolta di poesie appartenenti ad alcuni dei così detti "Poeti dell'assoluto". La loro poesia è il frutto di una vita sregolata passata ad inseguire l'indecifrabile, l'ignoto. Quel qualcosa d'indefinibile che ci sovrasta, che ci segue: l'invisibile soffio dell'altro mondo, la chiave di ogni religione. La loro poesia è cruda, spietata come la vita che hanno vissuto, al di là di ogni certezza e di ogni limite razionale; un viaggio verso l'infinito, verso la notte e le tenebre, un viaggio spesso senza ritorno attraverso tutte le forme di delirio, estasi, dolore, odio, amore, ogni sensazione o sentimento portate all'eccesso, all'estremo, per giungere alla "formula," la quinta essenza di una vita impossibile.
ARTHUR RIMBAUD
LA MIA BOHEME
Andavo, con i pugni nelle tasche sfondate,
ed anche il mio cappotto diventava ideale;
andavo sotto il cielo, musa, a te solidale;
oh! quanti amori splendidi allora sognavo!
Negli unici calzoni, avevo un largo squarcio.
Pollicino sognante, sgranavo nella corsa
dei versi. Mia dimora era l'orsa maggiore.
Le mie stelle nel cielo dolcemente frusciavano;
le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade,
le sere di settembre, in cui sentivo gocce
di rugiada alla fronte, come un vino robusto;
in cui, rimando in mezzo a delle ombre fantastiche,
come fossero lire, tiravo gli elastici
delle scarpe ferite, col piede accanto al cuore.
FAME
Se ho fame, è solo
di terra e di pietre.
Mi nutro sempre d'aria,
di roccia, di ferro, di carbone.
Fami mie, danzate. Pascolate, fami,
sul prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
dei convolvoli.
Mangiate i sassi spaccati
le vecchie pietre di chiese;
i ciottoli degli antichi diluvi,
pani sparsi nelle vallate grigie.
Il lupo ululava fra le foglie
sputando le belle piume
del suo pasto di pollame:
come lui io mi consumo.
L'insalata, la frutta
aspettano solo d'esser colte;
ma il ragno della siepe
non mangia che violette.
Ah! dormire, bollire
sugli altari di salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
e si mescola col Cedron.
LAUTREAMONT
DA “CANTI DI MALDOROR”
CANTO IV
Sono sporco. Roso dai pidocchi. I porci, quando mi guardano, vomitano. Le croste e le escare della lebbra m'hanno reso squamosa la pelle, coperta da pus giallastro.
Io non conosco l'acqua dei fiumi, ne la rugiada delle nubi. Sulla nuca, come su un letamaio, mi cresce un fungo enorme dai peduncoli ombrelliferi.
Seduto sopra un mobile informe, non muovo le membra da quattro secoli. I miei piedi hanno messo radici nel suolo, e compongono, fino al mio ventre, una sorta di viva vegetazione, piena di ignobili parassiti, che senza derivare ancora dalla pianta, non è già più carne.
Tuttavia il mio cuore batte. Ma come potrebbe battere, se il marciume e le esalazioni del mio cadavere (non oso dire corpo) non lo nutrissero abbondantemente?
Sotto l'ascella sinistra ha preso residenza una nidiata di rospi, e quando qualcuno di essi si muove, mi fa il solletico. Badate che non scappi fuori uno, e non venga a grattarvi con la bocca l'interno dell'orecchio: sarebbe poi capace d'entrarvi nel cervello.
Sotto l'ascella destra c'è un camaleonte che da loro una caccia perpetua, per non morir di fame: bisogna pur campare. Ma quando un partito sventa completamente le astuzie dell'altro, non trova nulla di meglio da fare che non molestarsi fra loro, e succhiano il grasso delicato che mi ricopre le costole: mi ci sono abituato.
POESIE DI DEPORTATI
Dio mio! Come son lasso di esser senza speranza,
di rotolare la botte greve del mio avvilimento
e senza possibilità di farla finita con la terra.
Volgo ogni notte le mie visioni verso i morti.
Sbatto con il mio cranio alle rupi dell'inferno
e le lenzuola nel letto sono in paglia di ferro.
sovente nel sonno la stessa isola elettrica
imprime con coltello di sangue i miei patronimici
sulla pelle. Membra, fasci di anguille
che con gaio ghigno i diavoli sfrondano.
Max Jacob
O voi che sapete
sapevate che la fame fa brillare gli occhi
che la sete li appanna
o voi che sapete
sapevate che si può vedere la propria madre morta
e restare senza lacrime
o voi che sapete
sapevate che la mattina si vuole morire
che la sera si ha paura
sapevate che la sofferenza non ha limite
l'orrore non ha frontiera
lo sapevate
voi che sapete.
Charlotte Delbo
JIM MORRISON
Di a te stesso le tue paure più profonde. Così la paura non ha più potere e la paura della libertà diminuisce fino a svanire. Tu sei libero.
LA FINE
Questa è la fine, bellissima amica
questa è la fine, mia sola amica, la fine,
dei nostri piani elaborati, la fine,
di tutti quanti i dati, la fine
nessuna sicurezza o sorpresa, la fine.
Non potrò più guardare nei tuoi occhi.
Puoi immaginarti cosa sarà,
così senza limiti e in libertà
disperatamente in necessità
di una qualche mano straniera,
in una terra che dispera.
Perduto in una landa Romana di dolore,
e tutti i bambini sono insani,
tutti i bambini sono insani
aspettando la pioggia estiva.
C'è pericolo sull'orlo della città,
cavalca l'autostrada del Re
scene misteriose nella miniera d'oro;
cavalca l'autostrada per l'ovest, piccola.
Cavalca il serpente.
Cavalca il serpente,
al lago, l'antico lago.
Il serpente è lungo, sette miglia.
Cavalca il serpente,
è vecchio, e la sua pelle è fredda.
L'ovest è il migliore,
l'ovest è il migliore
vieni qui e noi faremo il resto.
L'autobus blu ci sta chiamando
l'autobus blu ci sta chiamando,
autista dove ci stai portando?
L'assassino si svegliò prima dell'alba,
mise i suoi stivali.
Prese una faccia dall'antica galleria,
e camminò giù per il corridoio.
Andò nella stanza
dove viveva sua sorella
e poi fece visita a suo fratello,
e poi camminò giù per il corridoio.
E arrivò a una porta,
e guardò dentro,
“padre?”
“Si, figlio?”
“Voglio ucciderti”.
“Madre, voglio scoparti!”
Dai, bimbo, con noi provaci,
dai, bimbo, con noi provaci,
dai, bimbo, con noi provaci,
e nel fondo dell'autobus blu troviamoci.
Questa è la fine, bellissima amica,
questa è la fine, mia sola amica, la fine,
fa male lasciarti libera,
ma tu mai mi seguiresti.
La fine di risa e bugie leggere,
la fine delle notti in cui provammo a morire.
Questa è la fine.
Lasciatemi dirvi l'angoscia e la perdita di dio
vagando, vagando in notti senza speranza.
Qua fuori nel perimetro non ci sono stelle,
qua fuori noi essere fatti
immacolati.
DA “CASSANDRA AL POZZO”
.....tutte quelle mostruose
parole derelitte, cadenti
da tutte le mura
slegate dell'Inferno, dimenticate
capitombolanti giù
nella notte/ svelti amici
compagni della sola vera croce
schianto di amori terreni
oscurità di dolce tristezza
ai lati di strade disperse
giù, nel fuoco
silenzio, pianto.....
........sono caduto sulla terra
e ho stuprato la neve
ho sposato la vita
e respirato il mio midollo....
Le poesie hanno i lupi dentro....tranne una: la più meravigliosa di tutte.... lei danza in un cerchio di fuoco e si sbarazza della sfida con una scrollata.
PERCY BHISSE SHELLEY
ALLA LUNA
Sei pallida perchè
sei stanca di scalare il cielo
e fissare la terra
tu che ti aggiri senza compagnia
tra le stelle che hanno una differente
nascita, tu che cambi
sempre come un occhio senza gioia
che non trova un oggetto degno della
sua costanza?
1 commento:
grande black! dcop
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